Il monastero delle Solovki: una cittadella sacra nel Mar Bianco
Chiunque abbia tra le mani una banconota russa da 500 rubli ha già visto il monastero delle Solovki: cupole e torri massicce che si specchiano in un'acqua fredda e immobile. Nella realtà quel profilo sorge su un arcipelago della baia di Onega, nel Mar Bianco, poco a sud del Circolo polare artico, dove il mare gela per buona parte dell'anno e l'inverno isola le isole dal continente per mesi. Qui, nel Quattrocento, alcuni eremiti fondarono quello che sarebbe diventato uno dei monasteri più potenti della Russia: santuario di pellegrinaggio, fortezza di confine, luogo di reclusione e, nel Novecento, primo grande campo del nascente sistema concentrazionario sovietico. Dal 1992 l'insieme storico e culturale delle isole Solovki è iscritto nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO.
Un arcipelago ai margini del mondo abitato
Tutto ebbe inizio negli anni Venti e Trenta del Quattrocento, quando i monaci Savvatij e German attraversarono in barca il braccio di mare che separa la costa careliana dall'isola maggiore dell'arcipelago, frequentata fino ad allora soltanto da pescatori stagionali. Morto Savvatij, German tornò sull'isola con un monaco più giovane, Zosima, e attorno a questo secondo insediamento prese forma una comunità stabile. La tradizione attribuisce a Zosima l'organizzazione vera e propria del monastero; i tre fondatori furono in seguito canonizzati e restano i patroni spirituali delle Solovki.
La scelta di un luogo tanto ostile rispondeva a una logica precisa. Nel monachesimo ortodosso il Grande Nord russo svolse la funzione che il deserto egiziano aveva avuto per i primi eremiti cristiani: una solitudine assoluta in cui dedicarsi alla preghiera senza distrazioni. Non a caso gli storici russi chiamano Tebaide del Nord questa colonizzazione monastica delle terre boreali, di cui le Solovki rappresentano il vertice più celebre.
Sale, pesca e canali: l'ingegno dei monaci
Nel giro di qualche generazione l'eremo divenne una vera potenza economica. Grazie a donazioni e concessioni, il monastero accumulò vasti possedimenti sulla costa continentale e prosperò soprattutto con il sale: le saline del Mar Bianco ne fecero uno dei protagonisti dell'economia del Nord russo, insieme alla pesca, alle officine e a una flotta propria.
Sulle isole i monaci realizzarono opere che ancora oggi lasciano increduli. Decine di laghi dell'isola maggiore furono collegati da una rete di canali che forniva acqua dolce, azionava i mulini e agevolava i trasporti; presso il porto fu scavato un bacino di carenaggio per le navi del monastero; in una conca riparata sorse un giardino che è tra gli orti botanici più settentrionali del mondo. Che tutto ciò sia stato costruito in un clima subartico, con mezzi medievali, è una delle imprese più straordinarie del monachesimo russo.
Filippo, l'igumeno costruttore
L'età d'oro del monastero coincide con il governo dell'igumeno Filippo (Fëdor Kolyčëv), ex boiaro moscovita entrato in comunità come semplice novizio e salito a guidarla a metà del Cinquecento. Sotto di lui furono erette le due grandi chiese in pietra dell'insieme: la chiesa della Dormizione con il suo enorme refettorio e la cattedrale della Trasfigurazione, completata negli anni Sessanta del Cinquecento. Filippo riorganizzò saline e aziende agricole, migliorò il porto e ampliò la rete dei canali.
Il seguito della sua vita appartiene alle pagine più buie della storia russa. Chiamato a Mosca nel 1566 come metropolita, cioè capo della Chiesa russa, Filippo osò condannare pubblicamente il terrore dell'opričnina di Ivan il Terribile. Fu deposto, imprigionato e ucciso nel 1569. La Chiesa ortodossa lo venera come martire, e la sua memoria è inseparabile dalle Solovki, il cui profilo architettonico porta ancora la sua impronta.
Mura di macigni: l'assedio e le cannonate inglesi
Alla fine del Cinquecento il monastero, divenuto caposaldo della frontiera settentrionale dello Stato moscovita, si circondò della sua cinta celebre. Invece di mattoni o pietra squadrata, i costruttori impiegarono giganteschi massi erratici levigati dai ghiacciai, incastrati e livellati con pietre minori e laterizi: ne nacque un anello di mura e torri tozze dall'aspetto quasi geologico, più simile a una formazione naturale che a un'opera umana. La fortezza, armata di cannoni e presidiata da una guarnigione, difendeva le coste del Mar Bianco.
La prova più dura venne però dallo stesso Stato russo. Quando negli anni Cinquanta del Seicento il patriarca Nikon riformò i libri liturgici, i monaci delle Solovki rifiutarono i nuovi riti, giudicandoli un tradimento della fede antica. La disputa degenerò in ribellione aperta e dal 1668 le truppe governative posero l'assedio al monastero, che grazie alle mura, all'artiglieria e alle immense scorte resistette circa otto anni: uno degli assedi più lunghi della storia russa. Cadde nel 1676 — secondo la tradizione per il tradimento di un disertore che rivelò un passaggio nascosto — e la repressione fu feroce. Per i vecchi credenti la caduta delle Solovki divenne un racconto fondativo di martirio.
Due secoli dopo, nell'estate del 1854, durante la guerra di Crimea, navi da guerra britanniche bombardarono il monastero. Le antiche mura di macigni assorbirono i colpi, le navi si ritirarono senza ottenere la resa e l'esito quasi incruento dell'episodio fu celebrato come un miracolo, accrescendo enormemente il richiamo del santuario: nel tardo periodo imperiale migliaia di pellegrini sbarcavano ogni estate dai piroscafi di proprietà del monastero.
Da santuario a lager: la madre del Gulag
Già gli zar avevano sfruttato l'isolamento delle isole per rinchiudervi prigionieri politici e religiosi. Ma nulla era paragonabile a ciò che seguì la Rivoluzione. Nel 1920 le autorità sovietiche chiusero il monastero e nel 1923 l'arcipelago divenne il campo a destinazione speciale delle Solovki, noto con la sigla russa SLON: uno dei primissimi campi del sistema sovietico di lavoro forzato e, a giudizio degli storici, il laboratorio in cui furono messi a punto i metodi del futuro Gulag. Vi furono deportati sacerdoti, studiosi, aristocratici e gente comune; tra i detenuti figurarono il sacerdote e filosofo Pavel Florenskij e il futuro storico della letteratura Dmitrij Lichačëv. La chiesa sulla collina Sekirnaja servì da cella di punizione dalla fama sinistra. Aleksandr Solženicyn definì le Solovki la madre del Gulag. Il campo fu chiuso alla fine degli anni Trenta; durante la Seconda guerra mondiale le isole ospitarono una scuola per giovani allievi della marina.
Rinascita monastica e patrimonio dell'umanità
Dopo decenni di vita museale, nel 1990 la Chiesa ortodossa russa rifondò il monastero e la vita monastica riprese. Due anni più tardi l'UNESCO iscrisse l'insieme storico e culturale delle isole Solovki nel patrimonio mondiale, riconoscendo non solo la fortezza ma l'intero paesaggio culturale dell'arcipelago: i labirinti di pietra preistorici dell'isola Bol'šoj Zajackij, gli eremi sparsi, la rete dei canali, il giardino botanico. Oggi monaci, personale del museo, abitanti del villaggio e pellegrini convivono sulle isole, dove la rinascita spirituale si accompagna alla memoria del lager: un masso portato dalle Solovki si erge a Mosca come monumento alle vittime delle repressioni politiche.
Sulla mappa
Per capire davvero le Solovki bisogna guardare la geografia: un arcipelago sperduto nella baia di Onega, lontano da ogni città, raggiungibile in nave d'estate e in piccolo aereo nel resto dell'anno. Sulla nostra mappa interattiva potete ingrandire il Mar Bianco, individuare la fortezza sull'isola maggiore e poi scendere verso sud per confrontarla con gli altri grandi monasteri del Nord russo. Quanta acqua e quanta foresta circondino queste mura spiega, meglio di qualsiasi testo, perché gli eremiti scelsero questo luogo — e perché, più tardi, lo scelsero anche i carcerieri.