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Koyasan, ventiquattro ore sulla montagna sacra dello shingon

La funicolare che sale da Gokurakubashi è così ripida che i vagoni sono costruiti a gradoni, come una scala mobile ferma nel bosco. In cima, un autobus percorre una strada tra i cedri e all'improvviso la si vede: una città intera fatta di templi, adagiata su un altopiano a circa 800 metri di quota nella prefettura di Wakayama, circondata da otto cime che la tradizione buddhista paragona ai petali di un fiore di loto. È il Koyasan, il monte Koya, fondato all'inizio del nono secolo dal monaco Kukai e ancora oggi quartier generale del buddhismo shingon. Il modo migliore per capirlo non è una visita di poche ore, ma una giornata intera con una notte in shukubo, l'alloggio nei templi. Proviamo a raccontarla così, ora per ora.

Mezzogiorno: arrivare in una città di templi

Il Koyasan non è un monastero isolato ma un insediamento vivo, con ben più di cento templi, scuole, negozi e abitanti, il tutto immerso in foreste di cedri e cipressi. Dal 2004 la montagna è patrimonio mondiale UNESCO, come parte dei Siti sacri e vie di pellegrinaggio nella catena montuosa dei Kii, insieme a Kumano e Yoshino. Chi arriva dal caos di Osaka avverte il cambiamento nel corpo prima ancora che negli occhi: l'aria è più fresca, i suoni attutiti, e perfino la via principale del paese sembra il corridoio di un enorme chiostro. Conviene lasciare i bagagli al tempio che ci ospiterà — il check-in vero avverrà più tardi — e cominciare a camminare.

Il pomeriggio nel Danjo Garan

Il cuore cerimoniale della montagna è il Danjo Garan, il complesso che lo stesso Kukai iniziò a tracciare. Il suo simbolo è il Konpon Daito, la Grande Pagoda: una torre vermiglia imponente, concepita come un mandala tridimensionale, il cui interno ruota attorno a una statua del buddha cosmico Dainichi Nyorai circondata da pilastri dipinti che completano il diagramma sacro. Accanto sorge il Kondo, la sala principale delle grandi cerimonie, ricostruita più volte nei secoli dopo gli incendi, minaccia costante in una città di legno. A pochi minuti a piedi si trova il Kongobuji, tempio principale del ramo shingon del Koyasan e centro amministrativo dell'intera montagna: meritano la visita le porte scorrevoli dipinte e il Banryutei, un vasto giardino di pietre in cui le rocce, posate sulla ghiaia rastrellata, suggeriscono due draghi che emergono da un mare di nuvole.

La storia dietro le mura: Kukai e l'anno 816

Per capire ciò che si sta guardando serve un passo indietro. Kukai, venerato dopo la morte come Kobo Daishi, nacque nel 774 sull'isola di Shikoku e da giovane monaco si imbarcò per la Cina dei Tang, dove studiò nella capitale Chang'an presso il maestro Huiguo, ricevendo la trasmissione dell'insegnamento esoterico. Tornato in Giappone fondò la scuola shingon — la parola significa parola vera, cioè mantra. Nell'816 l'imperatore Saga gli concesse l'altopiano remoto di Koya perché vi costruisse un ritiro monastico lontano dalla corte. La dottrina shingon appartiene al filone esoterico e tantrico del buddhismo, arrivato in Giappone attraverso la Cina, e la sua tesi centrale era rivoluzionaria per l'epoca: l'illuminazione non è rinviata a una vita futura lontanissima, ma può essere raggiunta in questo corpo, in questa esistenza, attraverso mantra recitati con la voce, mudra formati con le mani e mandala contemplati con la mente. Dove lo zen toglie, lo shingon aggiunge: sale gremite di immagini, cerimonie dense di fuoco, incenso, canto e tamburi.

La sera in shukubo: cena shojin ryori e silenzio

Verso il tardo pomeriggio si torna al tempio. Una cinquantina dei monasteri del Koyasan accoglie ospiti per la notte, eredità di secoli di ospitalità verso i pellegrini. Non aspettatevi un albergo a tema buddhista: si è ospiti di un monastero in piena attività. Si dorme su futon stesi sui tatami, in stanze divise da pareti di carta, spesso affacciate su un giardino di muschio o di ghiaia. La cena, servita presto, segue la shojin ryori, la cucina devozionale del buddhismo giapponese: niente carne né pesce e, per tradizione, nessun ingrediente considerato eccitante come aglio e cipolla. Il risultato è tutto fuorché penitenziale: tofu di sesamo dalla consistenza serica, verdure di montagna di stagione, tempura, sottaceti, zuppe chiare, riso. Due specialità portano il nome della montagna: il goma-dofu, tofu di sesamo che è l'emblema gastronomico del luogo, e il koya-dofu, tofu liofilizzato la cui origine la leggenda colloca proprio quassù, dove gli inverni dell'altopiano sono rigidi. Dopo cena alcuni templi propongono la copiatura dei sutra o un'introduzione alla meditazione ajikan sulla sillaba sanscrita A; poi il silenzio scende su tutto il paese.

L'alba: la funzione del mattino

La campana suona quando fuori è ancora buio. Gli ospiti raggiungono in punta di piedi la sala principale, si inginocchiano in fondo e assistono alla funzione del mattino: i monaci recitano i sutra nella penombra, tra campane, percussioni e nuvole di incenso. Nei templi che celebrano per gli ospiti il rituale del fuoco goma, la giornata comincia con le fiamme che si levano dall'altare mentre un sacerdote brucia tavolette votive di legno e il tamburo scandisce il ritmo: è il buddhismo esoterico nella sua forma più teatrale e insieme più seria. Nessuno chiede agli ospiti in che cosa credano; si chiedono soltanto puntualità e rispetto. Poi arriva la colazione, di nuovo vegetariana, e la montagna è pronta a mostrare il suo luogo più straordinario.

La mattina a Okunoin, tra i cedri e le tombe

Niente prepara davvero a Okunoin. Dal ponte di Ichinohashi un sentiero lastricato si addentra per circa due chilometri in una foresta di cedri enormi e plurisecolari, e su entrambi i lati, fin dove arriva lo sguardo tra i tronchi, si susseguono tombe e monumenti funebri: è la necropoli più grande del Giappone. Signori della guerra e poeti, monaci e mercanti, perfino grandi aziende con monumenti dedicati ai propri dipendenti: da mille anni chiunque desidera riposare, o almeno lasciare una ciocca di capelli o una tavoletta commemorativa, accanto a Kobo Daishi. Perché la fede shingon racconta che Kukai, spentosi sulla montagna nell'835, non è morto: sarebbe entrato in meditazione eterna nel suo mausoleo in fondo al bosco, dove i monaci gli portano ancora oggi, due volte al giorno, un pasto rituale. Oltre il ponte di Gobyobashi le fotografie si fermano e le voci si abbassano: ecco il Torodo, il padiglione delle lanterne, dove ardono migliaia di lumi donati dai fedeli, e dietro di esso il mausoleo. Percorso nella nebbia del mattino, Okunoin è uno dei luoghi più toccanti del Giappone.

Prima di partire: consigli pratici

Da Osaka il viaggio è semplice: la linea Nankai parte dalla stazione di Namba, attraversa i monti Kii fino a Gokurakubashi, dove la funicolare compie l'ultima salita; in cima, gli autobus collegano la stazione al paese. I camminatori possono invece salire lungo il Choishi-michi, l'antica via di pellegrinaggio che parte dal tempio Jison-in nella valle, scandita da secoli da pilastri di pietra piantati all'incirca ogni cento metri. Un dettaglio storico da conoscere: fino al 1872 alle donne era vietato salire sulla montagna; il Nyonindo, l'ultima sala delle donne conservata presso uno degli antichi ingressi, ricorda le pellegrine che dovevano fermarsi lì. Prenotate lo shukubo con largo anticipo, arrivate prima di cena e mettete in conto almeno due giorni e una notte: la montagna premia la lentezza.

Sulla mappa

Il Koyasan è unico, ma appartiene a una famiglia mondiale di luoghi monastici vivi, dalle penisole dell'Athos alle abbazie alpine, molti dei quali aprono anch'essi le porte agli ospiti. La nostra mappa interattiva permette di individuare monasteri, abbazie e complessi templari in tutto il mondo, filtrarli per tradizione e regione e costruire itinerari personali. Cercate il monte Koya, poi allargate lo sguardo: scoprirete fin dove ha viaggiato l'idea monastica.